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LRO + Lederer + Ragnarsdóttir + Oei

Lederer Ragnarsdóttir Oei. Passione e rigore

Lo studio LRO Architekten, fondato da Arno Lederer (1979) a cui si aggiungono prima Jórunn Ragnarsdóttir (1985) e successivamente Marc Oei (1992), ha sede a Stoccarda, consta di circa 35 professionisti e vanta un portfolio di interventi variegato che muove da edifici di edilizia pubblica all’architettura residenziale privata. I risultati scaturiscono da una viscerale passione permeata da un’etica rigorosa trasmessa con una forte tensione estetica. L’architettura di LRO interpreta e rafforza l’identità dei luoghi.

Quando ho chiesto a chi fare l’intervista mi è stato comunicato che alle domande avreste risposto tutti insieme. Ciò sembra denotare un approccio progettuale collettivo: che rapporto esiste tra di voi e con i vostri collaboratori?

Non esistono differenti competenze tra i soci dello studio ma si determinano differenti impegni, che vengono di volta in volta attribuiti in relazione all’incarico. Lo Studio ha un amministratore delegato, Katja Putter, che costituisce l’elemento di connessione tra i soci e i collaboratori: quest’ultimi sono quasi tutti assunti a tempo indeterminato, per favorire un clima di lavoro più sereno. Di tutti gli incarichi la parte progettuale, anche quella relativa ai dettagli costruttivi, viene svolta direttamente dai soci. In questo senso siamo uno studio «vecchio stile».

Qual è il percorso formativo dei tre soci di LRO Architekten?

Arno Lederer, dopo aver studiato all’Università di Stoccarda e al Politecnico di Vienna, lavora prima a Zurigo nello studio di Ernst Gisel e, poi, a Tübingen da Berger Hausen Oed. Poco più che trentenne, nel 1979, crea uno studio autonomo.

Jòrunn Ragnarsdóttir si diploma a Reykjavik e tre anni dopo la laurea in Architettura all’Università di Stoccarda, diventa socia di Lederer: la collaborazione nasce a seguito della comune partecipazione al concorso per la progettazione di un asilo a Tübingen di cui risultano vincitori.

Marc Oei, nasce in una famiglia di architetti, studia al Politecnico di Stoccarda e, dopo tre anni di collaborazione e soli trenta anni di età, diventa socio di Lederer e Ragnarsdóttir.

Il comune approccio progettuale si è sviluppato nel corso del tempo ed è ancora un processo in evoluzione. Si può dire che con il passare del tempo siamo cresciuti insieme.

Quali sono i progettisti con i quali avete sentito una maggiore vicinanza di intenti e le architetture che hanno segnato il vostro linguaggio?

Abbiamo una grande ammirazione per gli architetti scandinavi quali, per esempio, Sigurd Lewerentz, Gunnar Asplund e Alvar Aalto. L’elenco si allarga anche a Joze Plecnik e Hans Dollgast, oltre che Adolf Loos. Si tratta di progettisti che, a prescindere dalla corrente architettonica a cui sono associati, sono riusciti a trovare un loro percorso autonomo anche attraverso questioni che rivestono ruoli essenziali quali la materialità e la manualità.

Gli incarichi del vostro studio sono il frutto della partecipazione a concorsi o di incarichi diretti?

La stragrande maggioranza degli incarichi sono l’esito di partecipazioni a concorsi pubblici. Anche se siamo ovviamente contenti di ogni progetto, quelli di carattere pubblico ci danno maggiore appagamento.

Pochi anni fa una mostra sul vostro studio che ha girato le gallerie tedesche di architettura si intitolava «Dentro è diverso da fuori»; in un’intervista avete affermato che «Non ci piacciono gli involucri trasparenti. Perché dobbiamo entrare in edifici che all’ingresso ci comunicano: sei di nuovo fuori?» Ho letto questi messaggi come un rifiuto alla spettacolarizzazione fine a se stessa, come la scelta di privilegiare le esigenze dei fruitori e il rapporto con il contesto.

Pensiamo che la separazione e la transizione tra spazio privato e spazio pubblico debba essere un elemento centrale nell’architettura. Viviamo un momento storico in cui i limiti, anche attraverso i nuovi media, sono annullati. In questo senso crediamo nella forza analogica degli spazi, della tensione spaziale che si crea con il cambiamento del panorama. Molti oggi credono che le facciate non servano e che lo spazio debba scomparire: questi luoghi trasparenti in realtà non hanno alcuna personalità.

Il prof. Lederer è decano della Facoltà di Architettura dell’Università di Stoccarda. Quali sono i vantaggi e le difficoltà nell’operare contemporaneamente nel mondo accademico e professionale?

All’università non si impara a fare l’architetto ma a studiare l’architettura: c’è un’enorme differenza. Il mondo professionale si presenta con realtà molto differenti in funzione dell’ambito (studio, amministrazione, impresa o università) in cui si intende operare. Poiché i metodi e i contenuti del lavoro sono molto diversi, non è possibile individuare un obiettivo specifico, quale per esempio quello dell’«architetto classico», su cui orientare la formazione.

In questo numero di Costruire in Laterizio sono pubblicate solo alcune delle vostre ultime realizzazioni, a esemplificazione della maturità che LRO Architekten ha oramai raggiunto. Quali sono i punti di arrivo della vostra personale ricerca presenti negli ultimi progetti?

Siamo sempre più interessati al reimpiego dei materiali da costruzione. Per secoli la prassi è stata di riutilizzare il materiale proveniente dalla dismissione di vecchi edifici; questa tecnica era molto diffusa anche nell’immediato dopoguerra. Questa procedura si distingue dal riciclaggio dei materiali che necessita invece del ricorso a tecnologie e macchine che avviano un ulteriore processo di intensivo consumo energetico. Attualmente il maggiore ostacolo alla diffusione del «riuso» è determinato dalla mancanza di un quadro normativo specifico (DIN, ecc.) che sollevi il committente da responsabilità e gli fornisca, al contrario, una nuova risorsa. È ovvio che in queste condizioni l’industria delle costruzioni si preoccupi di rispettare la normativa vigente offrendo prodotti con standards qualitativi sempre superiori al fine di non ridurre il proprio mercato. In sintesi, siamo interessati alla società del riuso piuttosto che alla società della produzione.

Vista dall’Italia, la Germania appare ancora come un Paese in cui è possibile esercitare la professione e essere sicuri della qualità del risultato finale. È questo uno dei motivi per il quale non sembrate essere alla ricerca di incarichi professionali all’estero?

Condivido il riferimento all’elevato livello qualitativo raggiunto in Germania, anche se la qualità dell’architettura è indipendente dalla collocazione geografica. La questione, a essere sinceri, è che sinora il nostro studio ha avuto la fortuna di avere un numero sufficiente di incarichi nel nostro Paese e, di questi, molti addirittura nella nostra Regione. Tale condizione rappresenta per noi una grande opportunità perché riteniamo fondamentale seguire ogni opera fino al suo totale compimento e avere il cantiere nelle vicinanze della nostra sede ovviamente rappresenta un grande vantaggio.

Nel futuro prossimo, quali saranno le prospettive e le opportunità che LRO Architekten vorrà cogliere?

Per il futuro ci auguriamo committenti che vengano da noi e ci dicano: «Vogliamo una casa progettata dal vostro studio, assolutamente e senza riserve».

Uno dei vostri marchi di fabbrica è l’interesse per il linguaggio dei materiali e la cura del dettaglio costruttivo. In questo senso, nei vostri progetti il mattone faccia a vista ha spesso un ruolo da protagonista. Da cosa nasce questa scelta?

Il mattone pieno in laterizio costituisce, tra i materiali da costruzione, forse l’invenzione più geniale. Maneggevole e facilmente impiegabile, è lontano da ogni futile moda. I paramenti in laterizio faccia a vista durano centinaia di anni, invecchiando bene e garantiscono il mantenimento della resistenza meccanica. È bello vederli perché restituiscono un’immagine a tutti familiare.

Mies van der Rohe una volta disse che «l’architettura comincia ponendo due mattoni uno sopra l’altro». Secondo voi esiste una relazione tra programma funzionale, definizione tipologica e scelta tecnologica e materica?

Si, certamente. L’architettura, per altro, deve essere percepita attraverso tutti i sensi e non, per esempio, attraverso la sola vista. Quando si vede uno spazio se ne può al contempo percepire l’odore, sentire il suono e valutare la tattilità superficiale. Quanto detto è descritto molto bene da Proust ne «À la recherche du temps perdu», dove il narratore racconta come la semplice degustazione di una Petit Madaleine (piccoli dolcetti soffici con una particolare forma a conchiglia, tipici della Francia nordorientale; NdR) risvegli in lui ricordi dell’infanzia, riportandolo nella stanza in cui viveva da piccolo.

Per concludere, uno sguardo al lavoro in essere e al futuro. Potete darci delle anticipazioni sui progetti su cui state attualmente lavorando o che sono in cantiere?

Al momento siamo occupati con diverse iniziative: siamo immersi nella progettazione e costruzione di due musei, uno a Stoccarda e uno a Francoforte, tre edifici amministrativi, recupero e ampliamento di una scuola degli anni Cinquanta, ampliamento di una biblioteca e completamento di un complesso che accoglie anche una chiesa.

Adolfo F. L. Baratta Ricercatore, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Roma Tre